Venne da Gesù un lebbroso che lo supplicava in ginocchio
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11/02/2012
12 Febbraio 2012 – VI Domenica Tempo ordinario
Ciclo Liturgico: anno “B”
Prima Lettura
Il lebbroso se ne starà solo, abiterà fuori dell’accampamento. (Lv 13,1-2.45-46)
Salmo Responsoriale
Rit: Tu sei il mio rifugio, mi liberi dall’angoscia.. (Sal 31)
Seconda Lettura
Diventate miei imitatori come io lo sono di Cristo. (1Cor 10,31-11,1)
Canto al Vangelo (Lc 2,10-11)
Alleluia, alleluia.
Un grande profeta è sorto tra noi,
e Dio ha visitato il suo popolo.
Alleluia.
Vangelo (Mc 1,40-45)
La lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato.
+ Dal Vangelo secondo Marco
40Venne da lui un lebbroso, che lo supplicava in ginocchio e gli diceva: “Se vuoi, puoi purificarmi!”. 41Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: “Lo voglio, sii purificato!”. 42E subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato. 43E, ammonendolo severamente, lo cacciò via subito 44e gli disse: “Guarda di non dire niente a nessuno; va’, invece, a mostrarti al sacerdote e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto, come testimonianza per loro”. 45Ma quello si allontanò e si mise a proclamare e a divulgare il fatto, tanto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in luoghi deserti; e venivano a lui da ogni parte.
Parola del Signore
Commento
I miracoli di Gesù
I miracoli di Gesù sono il segno che il futuro regno di Dio ha già fatto irruzione in questo mondo e ha iniziato a trasformarlo: “Se io scaccio i demoni con il dito di Dio, allora è giunto a voi il regno di Dio” (Lc. 11,20). Proprio perché sono legati intimamente al regno di Dio che Gesù annuncia, e che rende presente nella sua persona, i miracoli presuppongono l’apertura della fede all’iniziativa salvifica di Dio che opera in Cristo. Per questo nei racconti di miracolo trova posto così spesso il motivo della fede (Mc. 2,5; 5, 34-36; 7,29; 9,23).
Nel vangelo di Mc. le narrazioni di miracolo hanno particolare spazio nella prima parte (1,14-8,30) che culmina con il riconoscimento di Gesù come Messia.
Nella seconda parte (8,31-15,39), destinata alla rivelazione del Figlio di Dio crocifisso-risorto, l’attività taumaturgica è solo un’eccezione (vedi 9,14-29; 10, 46-52).
I miracoli, quindi, hanno un valore di rivelazione, sono al servizio della fede e quindi non danno una certezza diversa dalla fede e non rivelano un Dio diverso. Sono a servizio di Gesù, di un Dio che si rivela sulla Croce: quindi non eliminano la Croce, ma rivelano che in essa è presente la vittoria di Dio.
Due particolari funzioni dei miracoli nel racconto di Mc. meritano di essere sottolineate:
- La prima è che essi vanno letti alla luce del culmine del vangelo, il mistero pasquale di Gesù. Da una parte, nella storia umile di Gesù, i miracoli sono rivelazioni anticipatrici della sua potenza di Figlio di Dio, risorto. Dall’altra il silenzio che egli impone ai demoni (3, 11-12) e ai risanati (1,44; 5,43; 7,36; 8,26) serve a far risaltare che solo nella croce e risurrezione si avrà la piena rivelazione della sua identità di Figlio.
- La seconda funzione è l’apertura simbolica. Senza negare la concretezza delle guarigioni, infatti, Mc. le intende come “opere di potenza” che lasciano intravedere possibilità più profonde: così la guarigione della suocera di Pietro (1, 29-31) apre alla prospettiva della risurrezione escatologica anticipata nella vita nuova battesimale; la guarigione di un sordomuto (7, 31-37) e dei ciechi (8, 22-26, 10, 46-52) simboleggia l’apertura della fede, le moltiplicazioni dei pani (6, 33-44; 8, 1-10) sono proiettate verso il dono del pane eucaristico.
Le opere potenti di Gesù si aprono così a significare le azioni salvifiche che il Risorto realizzerà nel tempo della Chiesa.
Guarigione di un lebbroso (1, 40-45)
Per capire questo miracolo è indispensabile ricostruire il suo retroterra veterotestamentario, presente in Lev. 13, 45-46 (cfr prima lettura).
Il lebbroso è un impuro, colpito da Dio, a causa della sua impurità. Egli è un intoccabile e deve vivere al bando della società. Su questo sfondo il racconto evangelico acquista un significato preciso: Gesù tocca un intoccabile e questo miracolo illustra il potere di Gesù di salvare persino coloro che in forza della legge sono esclusi da Israele.
Il Regno di Dio non tiene conto delle barriere del puro e dell’impuro.
La lebbra del peccato
La mentalità religiosa dei contemporanei di Gesù legava l’anima al corpo in una unità maggiore di quanto non facesse la mentalità greca. Ne risultava che ogni malattia fisica doveva essere il riflesso e la conseguenza di una malattia morale.
Il lebbroso, un escluso
Fra tutte le malattie, la lebbra era considerata dagli Ebrei quella che più rendeva impuro l’uomo, perché distruggendolo nella sua integrità e vitalità fisica, era per eccellenza segno del peccato e della sua gravità. Per questo, la lebbra non è mai considerata solo o principalmente da un punto di vista medico, ma riveste un carattere prevalentemente religioso. Solo così si spiegano le misure severe e repellenti che sono riportate nella prima lettura. Non si tratta semplicemente di misure profilattiche: tale isolamento mirava a preservare «la santità del popolo di Dio». La lebbra, segno del peccato, poneva l’uomo al di fuori della comunità del popolo di Dio, ne faceva uno «scomunicato».
Per questo le guarigioni dalla lebbra, narrate dai vangeli — tenuto conto del contesto sociale presente nella prima lettura — diventano simbolo della liberazione dal peccato, segno e prova del potere di Gesù.
L’incontro con Gesù
Ma la guarigione operata da Gesù dice qualcosa di più della semplice liberazione da una malattia e della riammissione nel seno della comunità. Egli si rende partecipe della situazione del lebbroso; toccandolo con la sua mano, in qualche modo contrae la sua stessa impurità... In questo gesto Gesù appare come colui che «si è caricato delle nostre sofferenze»: ha contratto, lui, il male disgregatore delle forze vive dell’uomo e così ci ha guariti nella radice del nostro essere.
Si ha qui una prima realizzazione della profezia del Servo di Yahvé che si presenta con l’aspetto di un lebbroso perché si è addossato i nostri peccati e, conseguentemente, il loro castigo (cf Is 53,3-12).
Questo si realizzerà alla lettera nella sua passione quando sarà portato a morire assieme ai malfattori, «fuori dell’accampamento», fuori delle mura della città.
Sotto i diversi elementi del racconto evangelico si coglie, in trasparenza, il dinamismo della confessione-penitenza, come si opera oggi nella Chiesa. La celebrazione della penitenza è un incontro con Gesù che guarisce dalla lebbra del peccato e riammette nella comunità ecclesiale.
Il racconto ha un andamento quasi liturgico e non è difficile individuare nei gesti del lebbroso e in quelli di Gesù un trasparente simbolismo penitenziale.
Gli esclusi di oggi
La lebbra purtroppo esiste ancora nella nostra società. Essa ha lo stesso volto disumano di sempre e, paradossalmente, la condizione del lebbroso non è molto cambiata dai tempi di Gesù.
Ma la nostra considerazione non si può fermare solo sulla lebbra. Ci sono tante altre categorie di esclusi nella nostra società, gente emarginata e tenuta «fuori dell’accampamento», cioè fuori di una società dove si decide per loro e su di loro, ma senza considerarli o interpellarli.
I lebbrosi d’oggi sono la gente che vive nelle baracche delle «bidonvilles» delle città ricche ed opulente, sono i «falliti», i sottoccupati delle città industriali, sono i giovani «drogati», i «bruciati», vittime di una civiltà rivolta solo al consumo e al successo; sono i bambini handicappati, ritardati, spastici, ai quali la società non pensa, perché non «rendono» e sono di peso; sono gli anziani che «aspettano» senza speranza la morte in un isolamento e in una inerzia che frustra e svilisce...; sono i carcerati, bollati d’un marchio anche dopo scontata la pena.
I cristiani sono chiamati a rendere ragione della speranza che è in loro. Ad essi spetta darne testimonianza credibile. L’impegno per costruire un mondo più giusto, più a misura d’uomo e dell’uomo redento, è contributo effettivo al cammino del Regno.
Nell’attesa di nuovi cieli e di nuova terra, il cristiano vive la sua presenza nel tempo come membro solidale di tutta l’umanità, nel suo sforzo di trasformazione del mondo: è questo infatti il mondo che verrà rigenerato in nuova umanità e in nuova terra. La responsabilità storica e sociale dei cristiani li pone a confronto con problemi sempre nuovi, sia in ordine al rapporto con gli altri che con le cose (cf Catechismo degli Adulti, pag. 424).
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