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Inviato da:
Don Alberto Abreu
21/04/2009
Proprio così, una santa da conoscere Giuseppina Berrettoni, una apostola della fede, tenace, con una carità immensa, anche se non ancora beatificata è serva di Dio e in processo di beatificazione. Desidero trasmettere la sua conoscenza attraverso scritti e argomenti che ci fanno una idea della sua persona, della sua santità di vita nella quale ha operato come vera missionaria dell’apostolato nella carità fervente. Con una fede incrollabile il buon Dio le ha elargito anche diversi carismi.
Grazie e tramite Giuseppina Berettoni, che mi predisse ciò che poi si è compiuto, io, D. Alberto Abreu, sono divenuto Sacerdote della Diocesi di Roma il 14 Maggio del 1995. Per capire meglio il motivo della mia conoscenza di Giuseppina desidero allora raccontare questa storia. Ricorreva l’anno 1990 nel mese di settembre, un giorno recandomi al lavoro, mi trovai nei pressi di via Isacco Newton a Roma zona Portuense.
Mi stavo dirigendo, in autobus, verso s. Giovanni, in via Elvia Recina, Appio Latino, dove lavoravo come aiutante tecnico per la riparazione di televisori e installazione antenne, quando sentii nel profondo del mio cuore una strana sensazione molto forte. Senza comprendere cosa stesse capitando, mi venne alla mente la basilica di San Pietro. Mi chiesi allora cosa significasse e anziché recarmi a lavoro mi lasciai portare in s. Pietro.
Arrivato a S. Pietro andai alla cappella del Santissimo Sacramento e li mi inginocchiai. Pregai il Signore anzi, parlai con il Signore con un tono molto forte per le mie troppe sofferenze passate fino a quel momento. Pochi giorni prima avevo ricevuto una proposta da un amico che mi invitava a tornare in Venezuela e con lui aprire un supermercato, sarei dovuto divenire il suo garante, proposta che in qul momento accettai. “Ecco”, mi dissi, “lascerò l’Italia non ti vedrò più S. Pietro, è l’ultima volta che ti vedo, il tempo di soggiornare in Italia è finito” ritornavo in Venezuela, piansi molto e avevo tanta rabbia nel cuore per le tante disavventure che avevo passato. Feci un giro per tutta la basilica a porle l’ultimo saluto. Arrivato al lavoro il mio amico Ferdinando, che mi aveva trovato da lavorare con lui, mi aspettava. Era già stato dalla signora a cui dovevamo riparare il televisore, le aveva parlato di me, le disse che ero stato seminarista religioso, ma che per motivi di incomprensione ero uscito dell’ordine e adesso stavo lavorando con lui. Lei, la signora Maria Antico, sentì nel profondo del suo cuore di volermi conoscere e chiese a Ferdinando di portarmi da lei, così quando arrivai, nonostante l’ansia per il mio ritardo, mi raccontò che una signora mi voleva conoscere, e così il giorno dopo tornammo, io per parlare con questa signora e lui a riparare la TV. Quando la Signora mi vide, mi saluto con molta affabilità. Mi porto al suo studio e comincio a chiedermi tante cose, mi disse in particolare di parlarmi della mia vocazione. Io le dissi che ero stato religioso per tanti anni dai padri Rosminiani, ma che in quel momento non sentivo più la vocazione e stavo cercando di realizzarmi nel lavoro ritornando in Venezuela. Lei mi prese in contropiede e mi disse con molta schiettezza che Giuseppina Berrettoni le stava dicendo, nel suo cuore, che io dovevo diventare un grande sacerdote. A queste parole pensai che fosse una vecchia pazza è che quello che mi stava dicendo fosse lontano da me, le dissi “ma no signora, io ho perso la mia vocazione e non ci penso minimamente, mi dispiace deluderla ma non è questa la vita che devo realizzare”, noncurante lei mi disse che aveva già pensato a me. Quel giorno era di venerdì, mi invitò per il lunedì seguente ad un pranzo dove c’era un ragazzo che stava in una congregazione e doveva parlarmi e mi diede un libro con la vita di Giuseppina Berettoni. Rimasi turbato dalle sue parole e cominciò nel mio cuore un grande stato di ansia. Uscendo da casa della signora Maria, mi inquietai con Ferdinando per la situazione in cui mi aveva fatto trovare, avevo una angoscia tremenda, che sfogai insultandolo perché mi aveva portato da una signora pazza. Del tutto scombussolato passai il fine settimana con questo pensiero che mi assillava, mi tornavano alla mente le sue parole ed il pensiero di farmi sacerdote, lontano dalla mia realtà e del mio volere.
Lunedì seguente mi recai all’appuntamento con mala voglia, ma poiché avevo dato la mia parola, non potei mancare. La Signora Maria mi fece conoscere un ragazzo il quale mi invitò ad un ritiro spirituale del suo ordine. Accettai con molta diffidenza, passarono tre mesi da quel giorno, ricordo che ero disperato per quello che stava succedendo, nel frattempo lessi la vita di Giuseppina Berettoni, ed ogni volta che leggevo sentivo che quelle parole erano dirette a me, finche un giorno misi alla prova Giuseppina dicendole: “ se mi fai le tre grazie che ti chiedo ..., mi convinco che è proprio una chiamata del Signore a ritorno da Lui per consacrarmi”. Con grandissima sorpresa le tre grazie che chiesi si realizzarono una dietro l’altra, allora capì che veramente il Signore mi chiamava ad un suo disegno grazie alla intercessione di Giuseppina Berettoni. Dissi il mio Sì al Signore sulla tomba di Giuseppina al cimitero romano di S. Lorenzo.
Giuseppina Berettoni (1875 – 1927) è una grande apostola laica, nata a Roma figlia di un impiegato marchigiano. Esempio fulgido di operosità, tanto da essere definita da chi la conosceva bene “attivista sbarazzina di Cristo”. Fu però soprattutto una grande mistica.
La sua missione oggi, a più di 82 anni dalla morte, consiste nel far comprendere la presenza di Dio onnipotente e misericordioso fra noi, operante di miracoli attraverso umili strumenti umani quali Giuseppina Berettoni.
Giuseppina fa palese Dio a chilo cerca, ma specialmente a chi non lo cerca. Attraverso la sua mediazione, coloro che sono lontani dalla fede riescono a credere: Dio c’è, e opera con onnipotenza. In una società in cui l’umanità sembra aver perduto il senso del soprannaturale e della maestà divina. Giuseppina Berettoni ha una missione del tutto particolare.
Giuseppina non è ancora canonizzata, ma è certamente una grande Santa, ed è molto venerata. Attraverso la sua intercessione molte sono le grazie che si ottengono.
Nata a Roma da genitori profondamente cristiani, Giuseppina Berettoni riceve a otto anni la prima comunione. Entra presto nell’Associazione delle Figlie di Maria, e a nove anni emette il voto di verginità e rinuncia al mondo – come scrive lei a dieci anni – “ perché vi domina una spirito apertamente contrario a quello di Gesù”. Promette pure di non negare nulla di quanto le verrà chiesto nel nome di Gesù e Maria.
Dopo alcune esperienze come novizia negli Istituti religiosi, realizza la sua vocazione all’apostolato laico nel mondo attraverso l’impegno dei consigli evangelici, quasi anticipando in se stessa l’esperienza e la missione specifica degli Istituti secolari.
Si offre vittima al Signore per i Sacerdoti e per le persone consacrate. Vive sempre povera, e con il voto di obbedienza, sotto la guida di esperti Direttori spirituali, segue e imita da vicino il Cristo obbediente fino alla morte.
Dalla sua offerta totale fiorisce il dono di una feconda maternità spirituale, che la rende “una impegnatissima missionaria laica...apostola dall’orazione altissima e dalla sconfinata fiducia in Dio” (P. Mondrone S.J.)
“Tutte le mie forze – come lei ci attesta – tutta la mia vita voglio spendere per far conoscere Gesù in mezzo al popolo cristiano”.
Ed è quanto ella attua con una gioiosa dedizione ad ogni opera di bene. Si prodiga con i piccoli negli asili e nelle case; suscita tra i giovani numerose vocazioni ai Seminaristi e ai Noviziati religiosi; collabora generosamente con l’insegnamento della religione nelle parrocchie e nelle scuole; completa il suo multiforme apostolato negli ospedali e nelle case, ove avvicina i lontani, aiuta i poveri più bisognosi ed abbandonati, assiste i malati e i moribondi. E soprattutto con loro che ella sente divampare tutta la sua carità, attinta dall’Eucaristia. Maturano così, per i singoli e per le famiglie, quali frutti meravigliosi, i consigli più indovinati ed efficaci, che persuadono anche i più induriti e gli aiuti di ogni genere che tutti da lei sperimentano.
Si può dire, riassumendo, che la sua vita è come “ una tela mirabile, intessuta di opere della più squisita carità cristiana” (da “L’Oss. Romano”, 21 gennaio 1927).
Giuseppina Berettoni conclude la sua esistenza a 52 anni, il 17 gennaio 1927, pochi minuti dopo aver ricevuto la S. Comunione nella basilica di S. Maria Maggiore: cioè all’ombra della Madonna, proprio là dove era stata battezzata e come aveva vissuto.
Dagli scritti di Giuseppina Berettoni.
VEDERE TUTTO IN DIO E’ SEMPLICITA’ D’INTELLETTO
VEDERE DIO IN TUTTO E’ SEMPLICITA’ DI CUORE
Il brano che viene riportato ci presenta la virtù della semplicità, oggi divenuta rara, quasi dimenticata dalla nostra società che, al contrario, preferisce la complessità e cerca affannosamente di riempire il vuoto esistenziale con falsi valori senza rendersi conto che la felicità è legata al sentimento della semplicità. I veri sapienti sono i semplici e i più vicini a Dio. E’ la virtù dei saggi e la saggezza dei santi. Giuseppina osserva la differenza tra il vedere tutto in Dio, che è semplicità d’intelletto e vedere Dio in tutto, che è semplicità di cuore.
L’uomo che vede tutto in Dio, avrà il cuore distaccato dal bene della terra, ed un adeguato giudizio di beni celesti. Perciò anelerà a questi, e disprezzerà quelli. Questo disprezzo (che con la santa orazione si conserverà) lo renderà indifferente in qualsiasi evenienza.
Riceva egli, o no, gli onori dovuti al suo grado, soffra, o no, privazione, stia egli sano o malato, colui che vede tutto in Dio che, tranne il peccato, non vi è male meritevole d’un tal nome; e solo quello procurerà di evitare, per sé e gli altri, a qualunque costo.
Ma questo non è che un primo passo nella semplicità. Per avanzare in essa è necessario: vedere Dio in tutto. Chi vede Dio in tutto resterà indifferente nei vari casi incresciosi della vita; non solo, ma ricaverà da questi argomento e motivo per più apprezzare i beni celesti. Anzi riterrà i mali tutti, che lo possono affliggere, quali veri e come messaggi della volontà di Dio. E li amerà, come una statua, se fosse capace di intendimento, amerebbe lo scalpello, causa, sua pure secondaria, della sua bellezza.
Ma l’anima, se vuole giungere alla semplicità perfetta, deve, non solo nei casi detti mali, vedere Dio, ma anche nei beni; perché, ad eccezione del peccato, gli uni e gli altri vengono da Dio.
Il semplice di cuore al sopraggiungergli una buona o cattiva notizia, al ricevere un buon o cattivo trattamento, non si querelerà con chicchessia, ma penserà: Dio me l’ha mandato; sia benedetto in eterno. La semplicità è l’ultima virtù che si acquista, perché è la più ardua di tutte, ed è la perfezione d’ogni virtù.
La semplicità è per la santità, quello che sono le sfumature per un’opera d’arte: il sigillo dell’artista. Semplice propriamente non è che Dio. Uomo semplice è dunque il più simile a Lui. O grande e magnifica virtù, deh! Ce la conceda Dio nel più alto grado.
I santi hanno vissuto e testimoniato “nel alto grado” la semplicità perché l’hanno amata. Basti pensare a Francesco d’Assisi che amò sempre ed in modo esemplare la santa semplicità caratterizzò tutta la sua vita. Frate Francesco, come leggiamo nei Fioretti, raccolse le numerose esortazioni di Gesù alla pratica evangelica della semplicità: “siate semplici come colombe...”; “osservate come crescono i gigli del campo...”;”guardate gli uccelli del cielo...”. Essa è una virtù da riscoprire. La stessa vita cristiana è qualcosa di semplice perché mira all’essenziale e, come sottolinea spesso Benedetto XVI, “Il segno di Dio è la semplicità”.
Per acquistare il dono della semplicità e praticarla, Giuseppina indica un mezzo sicuro ed efficace: La preghiera continua e fervente; in un certo senso ci richiama l’espressione di San Paolo “ Oportet sempre orare, nunquam defìcere” pregate costantemente e mai cessare: oggi, domani e sempre.
Anche lo stile di vita della serva di Dio è stato improntato alla semplicità: distacco, serenità, modestia, oblìo di sé sono stati i tratti caratteristici del suo comportamento abituale.
Invitata dalla madonna in un luogo infame
Sotto la grandiosa cupola, una delle maggiori di Roma, una folla di fedeli prega. Ai margini di quella moltitudine agglomerata, sono tre donne, giovani sulla trentina pure oranti; una più piccola delle altre, è Giuseppina, che il giorno seguente scrisse:
“Ero in compagnia di Cristina e di Alfonsa nella Chiesa di S. Carlo al Corso, per la visita al SS.mo Sacramento, mentre visi faceva la funzione del mese Mariano, quando, contro ogni mia aspettazione, mi apparve la Vergine Santissima.
A Tal vista temetti dapprima d’illusione; ma, dopo le indicatemi prove, rassicurata della bontà del Personaggio, mi feci a richiederle che cosa volesse da me.
“Che tu vada questa sera stessa in via Fratina n... ad assistere una povera figlia mia e ad indurla a ravvedimento. Da anni e anni vive in un luogo infame. Ove fu tratta per inganno a 13 anni. Chiedine la dovuta licenza e va, senza timore ed indugio. Io ti sarò dappresso”.
Senza frapporre tempo alcuno le tre signorine, uscirono dalla Chiesa e Giuseppina inviò Alfonsa alla Chiesa della SS. Trinità in via Condotti per chiedere al suo Direttore spirituale se sarebbe sceso lui in confessionale, o se potesse chiamare il P. Priore, dato che si trattava di un caso affatto nuovo, per il quale mai aveva ricevuto istruzioni.
Alfonsa s’avvio con passo sollecito e allorché a via Condotti giungessero le compagne, ella, già sulla porta del Collegio, poteva riferire la risposta desiderata. Giuseppina doveva rivolgersi al Superiore, al quale lo stesso P. Blat stava nel frattempo preavvisando la visita la per la quale era necessario ch’egli scendesse in parlatorio, dato che a lui non era possibile incontrare la sua figlia spirituale più di due volte la settimana, per le disposizioni impartite di recente dallo stesso P. Priore.
“Venuto il Superiore – così narra Giuseppina - Padre – incominciai – mi si dà un caso per quale abbisogno assolutamente di consiglio.
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Ebbene dica, dica pure.
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Una Signora mia conoscente mi ha pregato di recarmi qui, in via Frattina, presso un’inferma che si trova in un luogo infame, per cercar d’indurla a confessarsi. Che ne dice V.R.? Posso andare?
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Aspetti un momento – mi rispose.
Nel mentre ch’egli, raccolto, pregava, io recitai per lui il Veni creator.
Dopo qualche minuto:
Vada, vada pure – mi disse – la Madonna l’aiuterà; lo Spirito Santo le suggerirà
Quello che dovrà dire a fare in vantaggio di quella meschina. Ha fatto bene a venire per domandar consiglio; che da se non doveva mai azzardarsi a passar la notte in un luogo tale; ma, coll’obbedienza, non deve temer di nulla.
Quella risposta mi riempì di meraviglia e di contento insieme: meraviglia perché dal P. Rettore non me la sarei aspettata una risposta sì chiara e pronta in cosa di tanta gravità (specialmente per avergli io manifestato il caso in modo affatto ordinario); e contenta altresì provai non solo pel bene che mi riproponevo di fare, coll’aiuto divino, a quella meschinella ma anche perché, in tal modo, non m’ero vista costretta a manifestargli quello che di straordinario era avvenuto. Prima di lasciarmi andare, volle sapere se avevo persona d’età con cui accompagnarmi.
“Andrò con mia vecchia amica – risposi, alludendo alla Madonna”.
Avvenuta la debita autorizzazione
Sollecita s’avvia al fango per strapparne un cuore
È evidente che Giuseppina col recarsi “nel luogo infame” ubbidiva alla Madonna:
“Chiedine la dovuta licenza e vai, senza timore e indugio. Io ti sarò dappresso”
Ed ella la sera stessa si accinse ad eseguire l’ordine e le istruzioni della B. Vergine; dall’austero Domenicano chiara e illuminata autorizzazione aveva avuta, pur trattandosi di una missione tanto rischiosa.
Giuseppina “giovane intraprendente” per nulla paventando quell’avventura, avviluppata umanamente in un alone di pericolosità, fiduciosa nella Mamma celeste, a lei vicina, tempo urgendo per salvare un’anima in pericolo, si recò nella casa indicata immediatamente, nonostante il “gran ribrezzo”.
“Mi fu facile l’ingresso nella stanza dell’inferma – così ella scrisse – che trovai sola e affranta da un’asma affannosa.
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Sorella mia – le chiesi – voi soffrite tanto, nevvero?
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Tanto! – mi rispose – Ma chi è lei?
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È inutile che vi dica il mio nome; voi non potete conoscermi.
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Ma allora perché è qui?
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Per scongiurarvi in nome della Madonna a detestare i vostri peccati e a riconciliarvi con Dio, prima che vi presentiate al suo cospetto.
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Ah, signorina! Non nomini in questo luogo di peccato il Nome augusto della più pura fra le donne; sarebbe un profanarlo! In quanto poi al perdono de’ miei peccati, come oserei, se furon tanti e tanto grossi?
È qui, coprendosi il volto colle mani, piangeva dirottamente”.
Prima rabbiosa reazione
Nel mentre che la poverina versava calde lacrime, eccoti tre donne. La più anziana, impettita davanti a Giuseppina, con cipiglio severo e con accento burbanzoso:
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Cosa volete voi di questa? – chiese, indicando l’inferma.
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Dacchè la scienza non può salvarle il corpo – questa la calma risposta – io voglio provarmi a salvare l’anima.
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Voi! – beffeggiò la donna – Sarete forse mandata dai preti a carpire qualche soldarello e questa disgraziata?
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Non i preti mi mandaran qui, ma la Madonna che vuole ad ogni costo salvare la poverina.
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Sì... la Madonna! – sogghignò la beffarda interlocutrice; e fu a questo punto ch’essa, lesta, alzò il braccio pronto a percuoterla; ma glielo impedì lo scatto delle due compagne; queste, d’aspetto meno arcigno, quasi a forza la trascinarono fuori della stanza.
La ringrazi per me, signorina!
Si riaccostò allora Giuseppina al letto dell’inferma, la quale ancora piangeva; mise la candida sua mano su quel capo scosso dagli ormai meno impetuosi singhiozzi. E’ allorché dopo brevi istanti si fu calmata:
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“Domandate – le consigliai – che vi trasportino al vicino ospedale di S. Giacomo, ove potrete avere un Sacerdote; manifestando a lui le vostre colpe, ne riceverete il perdono.
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Ma sono tali e tante signorina, ch’è impossibile – e ripeteva – è impossibile il perdono!..
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Per quante esse siano e per quanto gravi, speriamo completamente dall’animo vostro, sol che il Sangue di Gesù vi si riversi. A voi rincresce, nevvero, di averlo offeso?
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Se mi rincresce! – e qui altre lacrime di dolore.
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Fatevi animo, sorella mia. Se grandi sono state i vostri peccati, più grande, infinitamente più grande è la misericordia di Dio!
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Ma come mai – replicava fra i singhiozzi – lei, giovane e onesta non ha avuto ribrezzo d’entrare in questa casa d’inferno? Ma lo sapeva, lei, chi sono io?
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Io non vi conoscevo; ma la madonna, apparendomi mi ha detto: “Io voglio che tu vada questa sera stessa in via Frattina, ad assistere una povera mia figlia, al fine d’indurla ad ravvedimento. Da anni e anni vive in un luogo infame, ove fu tratta per inganno a tredici anni”.
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E’ proprio così, signorina mia?... La Madonna le ha detto questo?... Ce l’ha mandata Lei qui?... La ringrazi per me, signorina... Avevo ripugnanza d’andare all’ospedale; ma per confessarmi non vedo altra via. Qui il Sacerdote non lo lascerebbero entrare. Ma anche per lei, signorina, è necessario che ne esca presto; potrebbe veder cose che la scandalizzerebbero; telefoni alla pubblica assistenza; andrò all’ospedale. Mi venga a trovare, signorina, che, dopo essermi confessata, prima di morire voglio baciarle la mano.
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La bacerete per me alla Madonna quando la vedrete in Paradiso. Ma ditemi: nella vostra vita le rendeste forse qualche speciale ossequio?
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Io? No che mi ricordi... Prima però che entrassi in questa casa maledetta, era nella congregazione delle Figlie di Maria... Allora ero buona e innocente; ma poi l’ho profanata la mia medaglia...
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Ebbene, coraggio, sorella mia; La vergine Santissima non s’è dimenticata d’esservi Madre, benché voi vi siate dimenticata d’esserle figlia. Maria SS.ma è Madre specialmente dei peccatori; e come il Divin Suo Figlio ci fu dato per redimerci dalla schiavitù del peccato, così Maria SS.ma ci fu data per ritrovare la via della salute. Per Maria ne venne Gesù; se smarrito, solo per Maria possiamo riaverlo. Voi avete trovato Maria, o meglio Maria SS:ma è venuta a rintracciare voi; tenetevi dunque certa di rinvenire Gesù.
Lasciai all’inferma una medaglia della Vergine ed uscii dalla camera”.
Altre furiose razioni
Indi la sorella apostola, con animo riconoscente alla Madre celeste per l’esito dell’incarico e al contempo esultante di un gaudio che il solo umido brillìo dagli occhi appalesava, si diresse verso l’uscita. Giunta all’inizio delle scale, fu avvicinata dalle altre donne della casa: forse le tre medesime di mezz’ora prima nella camera dell’inferma. Livore, rabbia, furore proruppero sì feroci ch’ella n’ebbe una tale spinta da ruzzolare per una branca di scale.
Non un grido, né un lamento ella emise; tacque; e come se nulla fosse, uscì sulla strada con le reni doloranti ed un ginocchio, contuso. Era abituata – si vedrà altre volte – alle brutali reazioni delle forze del male ed ai ruggiti di scale.
La piena del suo cuore quella sera era tale e l’ansia di concludere quella missione la spronava così che a nessuno fece cenno dell’accaduto; e mai forse la cosa si sarebbe saputa, se una reazione analoga non si fosse verificata tre giorni dopo, cioè il 20 maggio.
In questo giorno Giuseppina, nella basilica di S. Pietro, aveva assistito alla solenne cerimonia della beatificazione degli otto Martiri dell’Ordine di S. Domenico i quali nel Tonchino, nel febbraio del 1745, avevano testimoniato col Sangue la Fede cristiana.
“ Quando finì la funzione – narrò poi – ero molto raccolta. Mi sentivo un gran desiderio di baciare il piede a S. Pietro, e lo procurai, arampincadomi per son piccola. Ma mi fu dato un gran ceffone – penso che sia stato il demonio – per il quale sbattei al piede della statua col naso e con i denti che mi rimasero indolenti”.
Tenuta per obbedienza a riferire sul ceffone ricevuto, nell’occasione ricordò l’incidente che le era occorso all’inizio delle scale nella casa infame, anche perché durante quei giorni non le era stato possibile stare inginocchiata oltre un tempo piuttosto breve.
Quella sera del 15 maggio, uscita all’aria pure, Roma l’accolse con le luci della notte, mentre il cielo, scintillantissimo con le innumerevoli stelle, plaudente applaudiva.
“Mi recai – narrò poi – ad una vicina farmacia, dove telefonai subito alla pubblica assistenza, raccomandando la massima urgenza”.
“Grazie a te, figlia diletta!”
Erano suonate da poco le ore ventidue; quando rientrò nell’appartamento delle sorelle Borzelli, in via Ripetta. Stanca, dolorante, ma gioiosa, sbocconcellò un po’ di cena; indi si ritirò nella sua camera
“Nel mentre mi provavo – scrisse il giorno dopo – a rendere le dovute grazie alla Vergine per avermi scelta ad istrumento delle sue misericordie, nuovamente mi apparve, e:
Poi disparve, lasciandomi confusa per tanta benignità e grandemente consolata.
Invidiabile fine della figlia di Maria
Il mattino del giorno seguente, per tempo, alle 5 e trenta, Giuseppina si recò all’ospedale di S. Giacomo, memore del desiderio espresso la sera innanzi dall’inferma:
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Mi venga a trovare, signorina, che, dopo essermi confessata, prima di morire, voglio baciarli la mano.
“Vi ritrovai la mia sorellina prossima a dare l’ultimo respiro.
S’era già confessata, ed aveva ricevuta l’Estrema Unzione. Per il vomito continuo – aveva pure un cancro allo stomaco – non poté ricevere la S. Comunione, benché ne avesse mostrato vivo ed umile desiderio.
Mi riconobbe e, posando la sua mano sulla mia, voleva portarla alle labbra; ma non glielo permettevano le forze. Allora io vi appressai il Crocifisso e le sussurrai all’orecchio:
Impedita a trattenersi per altri impegni, ella inviò al capezzale della moribonda una signore che l’assistete fino alla morte, che avvenne verso le ore quattordici. Questa pia donna riferì poi che le ultime parole erano state di umiltà, di confidenza e di gratitudine:
Alla prima occasione ella non omise di tranquillizzare il Dominicano che le aveva autorizzata una visita azzardosa, col fargli riferire l’invidiabile fine di quella figlia di Maria, pecorella smarrita, e da Maria SS.ma ritrovata! Per il suo ritorno Dio quel giorno si fece gran festa in cielo, più che per novantanove giusti perseveranti.
“Ma quanti! Oh quanti fratelli ci sono – scrisse pure Giuseppina – che muoiono colla bestemmia sul labbro e piombano miseramente nel baratro infernale!
Per evitare un tanto male, io vorrei soffrire mille pene, vorrei affrontare inauditi sacrifizi”
A Sostegno ed a valorizzazione dell’operato di Giuseppina ecco cosa dire un giorno Gesù, dopo aver accennato alla Bontà infinita di Dio sempre pronta a perdonare qualsiasi peccato di cui ci si penta e all’inesorabilità della Giustizia che non può perdonare all’impenitente che muore tale, nonostante tutti gli aiuti avuti per la propria conversione:
“Nelle mancate conversioni, se non la metà, almeno i quattro decimi, sono causa prima la trascuranza dei propositi al convertire, un male inteso e bugiardo zelo che è tenda messa su un reale egoismo e orgoglio per cui si sta tranquilli nel proprio asilo, senza scendere tra il fango per strapparne un cuore
Colui che così parla non ha letto il Vangelo dove è detto che il Figlio di Dio a convertire i pubblicani e le meretrici, oltre a onesti che solo erano nella legge antica? Ma non pensa costui che l’orgoglio è impurità di mente, che l’anticarità è impurità di cuore? Sarai vilipeso? Io lo fui prima e più di te, ed ero il Figlio di Dio!
Dovrai portare la tua veste sull’immondezze? Ed io non la toccai con le mie mani, questa immondezza, per metterla in piedi e dirle:
-
Cammina su questa nuova via!?
Siate veramente buoni. Un blocco solo con la bontà eterna al centro. E nessuna corruzione potrà salire a sporcarvi oltre le suole che poggiano al suolo. L’anima è tanto in alto! L’anima di chi è buono è di chi è tutto una cosa con Dio. L’anima è in Cielo. Là non giunge polvere a fango, neppure se è lanciato con astio contro lo spirito dell’apostolo.
Può colpirvi la carne, ferirvi cioè materialmente e moralmente, perseguitandovi, perché il Male odia il Bene, o offendervi. E che perciò?
Non fui offeso Io? Non fui ferito? Ma incisero quelle percosse e quelle parole oscene sul mio spirito? Lo turbarono? No. Come sputo su uno specchio e come sasso penetrare, o penetrarono ma solo in superficie, senza ferire il germe chiuso nel nocciolo, anzi favorendone il germogliare, perché è più facile erompere da una massa socchiusa che da una integra. E’ morendo che il grano germina e l’apostolo produce. Morendo materialmente talora, morendo quasi l’io umano. E questa non è morte: è Vita. Trionfa lo spirito sulla morte dell’umanità.
Preghiera
SS. Trinità, Padre, Figlio e Spirito Santo,
fonte inesauribile di Santità,noi
Ti ringraziamo per i doni grandi che
hai elargito alla Tua Serva fedele
Giuseppina Berettoni. Ti ringraziamo
perché le hai concesso anche per i
meriti della Vergine SS.ma di far
fruttificare questi doni, sia nella
preghiera ardente, come nell’attività
apostolica incessante, per la Tua gloria
e per la salvezza delle anime.
se piace alla Tua infinita Maestà e
torna al bene di tutti noi, Ti preghiamo
di glorificarla, già su questa terra,
concedendoci per sua intercessione,
la grazia che andiamo implorando
con grande fiducia. Amen.
Tre Pater, Ave, Gloria
Relazione fatta il 23 novembre 1905
Il giorno 23 novembre, 1905, andò Giuseppina dal suo Direttore e raccontò che i demoni erano ritornati la notte fra il 20 e il 21: e ciò avvenne nel modo seguente: Parla Giuseppina:
Essendo io andata per fare la disciplina, e dandomi leggermente, sentii che la disciplina si muoveva da sé e forte, mentre io tenevo la mano ferma. Ciò mi cagionò paura e non mi raccapezzavo per dire i Pater noster, e ciò si continuò per circa sette minuti. Poi cominciai di nuovo i Pater noster perché non sapevo quanti ne avevo detto, ed allora i colpi furono più forti: io sentivo scorrere il sangue, perché avendo avuta la mano ferma, la spalla era colpita allo stesso punto.
Sentendomi svenire, dissi il Sub tuum presidium e cessarono i colpi. Io non ardivo riprendere la disciplina con le mani, perché era indemoniata a la presi, insanguinata come era, con un pezzo di carta. Pulito che ebbi del sangue, il pavimento, non però gli schizzi sul divano perché essendo rivestito di stoffa rossa, non si conoscevano, andai per coricarmi; ma trovai il letto abbassato e non si vedevano i piedi del letto, sicchè pensai: Cosa sarà stato di essi?
Pensai pure cosa dovessi fare e pregai, mi sentii internamente come un rimprovero di Lei e che mi dicesse che non ne facessi caso. Pregai, però non ebbi il coraggio di coricarmi, quindi rivestitami completamente, tornai alla stanza della disciplina e m’inginocchiai a pregare, mettendomi le mani alla faccia per raccogliermi; ma avendo paura, stetti poi in piedi vicino alla finestra, ove c’era un po’ di chiarore.
Essendo così, sentii tirarmi i piedi, come se questi fossero legati, io scivolai aggrappandomi al davanzale: poi mi trascinarono fino alla camera da letto, impiegandoci molto tempo, benché la distanza sia poca e mi batterono contro una porta, sicchè io pensai: Adesso sentiranno le Borzelli!
La mia camera era molto illuminata, ma non vedevo da che parte venisse la luce: mi misero sul letto che si trovava abbassato come prima, emi trovai con le coperte addosso, fino alla bocca. Allora cominciarono a fare l’arrotino, affilando molti coltelli ed io sentivo il freddo come chi comincia ad avere la febbre: poi cominciarono a fare rumori come chi mette cerchi alle botti, e allora io sentivo gran caldo e sudavo. Pensai togliermi un po’ le coperte, ma temendo che ci fosse immortificazione, e pensando che non mi farebbe male, ma soltanto mi cagionerebbe sudore, rimasi quieta.
Quando io credevo che fosse finito, vidi entrare in camera un uomo e avvicinatosi al letto, mi guardava in faccia; io per non vederlo, chiusi gli occhi. Se ne andò in mezzo alla camera, si levò di dosso una specie di gabbano poi la giacchetta, come se cercasse qualcosa in esse: quindi quasi avesse dimenticata tale cosa, uscì lasciandovi le vesti. Poi vennero altri come cercando una cosa che si fosse perduta e si guardavano a vicenda come per dire: Non c’è. Usciti che furono questi, portando via le vesti, ritornò quel primo e sì mise a sedere in una sedia vicino al letto, come chi fa la guardia. Io pregavo e mi disse; “ Che ti dispiace che io stia qui? Risposi: “ Certo!”. Egli disse: “ Qui starò sempre”. Io pensai: Sì, ci starai finché Dio te lo permetterà. Poi uscì e ne vennero altri quattro e inclinate le sedie, si sedettero due in ciascuna. Io non volevo dormire per paura della loro compagnia; pregai pure S. Michele e sentii scendermi pace nel cuore e quelli cominciarono a turbarsi.
Ricordandomi che il giorno seguente era mercoledì e perciò consacrato alla Madonna del Carmine, promisi a Lei di dirle il giorno seguente, sette Ave Maria, e allora sentii più pace e quelli alzatisi se ne andarono.
Di così poco si contentò la Madonna!
Quindi mi addormentai profondamente; mi svegliai con gran pace e feci pure la Comunione con grande pace e devozione, senza confessarmi. Sia lodato Iddio!
Narrato al suo Direttore il 22 gennaio 1906
Fatto meraviglioso avvenuto in favore di un moribondo.
Venerdì sera, andai per fare la disciplina che Lei mi aveva permessa per dieci minuti. Io smisi quando ne passarono undici o dodici, ma dal luogo ove guardavo l’orologio, mi sembrava dieci. Quando mi coprivo le spalle, quelli cominciarono a darmi colpi da orbo, ed io comandai loro in nome di Gesù di smettere, e si fermarono.
Poi ne apparvero molti, la stanza piena ed io in mezzo. Non mi toccavano, ma sogghignavano come burlandosi di me e si facevano cenni. Io non sapevo che fare, per lei non mi aveva detto come comandarli in questo caso, né volevo avvicinarmi a quei brutti ceffi, per farmi largo, benché fosse già tempo di andarmene a letto.
Allora pregai i Santi Tarcisio, Luigi e Brunone, benché pensassi che io ero come i marinai che mi raccomandavo loro, solo nella tempesta e non lo facevo nella tranquillità.
Pensai però, che loro non hanno rancore. Allora vidi venire visibilmente l’angelo buono, quello dall’aspetto di caporale, e tutti quelli che prima erano disordinati, si misero in ordine e gli fecero ala. Venne in mezzo, mi prese per la mano e, attraverso il salotto, mi condusse verso la mia stanza.
Dopo uscita dalla stanza della disciplina, pensai che vi rimaneva il lume a petrolio e che potevano appiccar fuoco alla casa. Io parlai del lume al caporale, ed egli fece cenno che non me ne curassi. Arrivata che fui alla stanza, egli non vi entrò, ma fece il segno di croce su di essa.
Stavo svestendomi, dopo le preghiere e l’esame, quando vennero tutti quelli facendo gran chiasso, come ubriachi, sicchè io pensavo: Ora sentiranno le Borzelli. Questa volta sghignazzavano e parlavano di » quello « e di « quell’altro » (1).
Io volevo coricarmi, ma non sapevo come fare perché riempivano la stanza e si trovavano fra me e il letto, e questo era anche abbassato. Comandai loro in nome della S.S.ma Trinità, dicendo: « Vi comando in nome della S.S. Trinità, di lasciarmi andare a letto in pace ». Allora si scostarono, ed io mi coricai mezzo vestita, perché non volevo spogliarmi innanzi a loro. Dopo che fui coricata uno di loro mi legò con una catena le gambe e tirava senza muovermi, ma come slogandole; guardò all’altro che sembrava il capo e costui parlando con lui disse: « Deve stare lei così, quanto dovrebbe stare quell’altro ». Poi sentii addosso a me come una lamina pesante e pungente, come avesse aghi, ed anche rovente sicchè io credevo di morire.
Io sempre pregavo e dissi che se non era immortificazione, mi fosse tolto quel peso, e subito lo sentii come sollevare. Queste cose furono fra le 10 ¾ e le 11 ¼ perché le sentii suonare; ma non sentii le undici.
Recitai a S. Michele la preghiera suggeritami da lui tre volte: per me, per lei e per il P. Girolamo; poi non sapevo per chi altro recitarla e udii una voce che disse: “Per Don Serafino”. La recitai dunque per lui, senza sapere chi fosse (poi lo seppi). Finita che fu, mi sentii svenire, come quando quelli mi misero una cosa innanzi agli occhi, ma con soavità, e mi trovai in una stanza dove c’era in un letto un moribondo. Seduto a accanto a lui, a destra, un prete addolorato che sembrava suo parente, a sinistra un prete in piedi, che era il confessore del moribondo e verso i piedi del letto un Eminentissimo che conobbi, era l’Em. Cardinale Cassetta.
Io stavo ai piedi del letto e pensavo: Che diranno costoro che una donna sia entrata qui? Allora il moribondo, che conobbi essere D. Serafino, e che mi guardava, fece un cenno e lo ripeté; Il prete addolorato gli si avvicinò per domandargli se forse chiamava il Card. Casetta; il Cardinale domandò cosa fosse e colui ripeté: “ Si raccomanda a S. Giuseppe”. Allora io pensai che mi chiamasse e mi avvicinai di un passo soltanto: non potevo di più, essendovi il Cardinale.
Il moribondo mi disse che pregassi la Madonna affinché nel giorno suo (cioè il sabato, giorno seguente) lo portasse in Paradiso. Io gli risposi rammendandogli una mancanza che doveva scontare. Egli soggiunse che facessi presente a Gesù quanto aveva fatto perché fosse conosciuto.
Io cominciai a pregare la Madonna, perché lo raccomandasse a Gesù. Il prete che era suo confessore, cominciò la raccomandazione dell’anima e quando nominarono S. Michele e gli Arcangeli, apparve S. Michele e si mise tra L’eminentissimo e il parente, non guardò me, perché attento al moribondo. Io pensai: Benché non mi guardi, sto sicura. I presenti cedettero che il moribondo fosse spirato, perché recitarono le preghiere “Subvenite” ma non era ancora morto. Poco dopo uscì l’anima e la vidi come in forma di corpo, (al modo che sono solita vedere il caporale) ma era l’anima, vedevi lì la salma sul letto. Stette un po’ l’ come in trepidazione. Poi S. Michele colla spada l’appoggiò e se ne andò con essa. Quando morì era le undici e mezza.
Quando mi svegliai, e trovandomi sul mio letto, pensai che non era stato un sogno sciocco, ma qualche cosa di più (cioè straordinaria) e continuai a pregare per D. Serafino. Quando suonò la mezzanotte e incominciava il sabato, quando cioè voleva uscire dal purgatorio, io pregai, ma sentii che la Madonna non mi faceva la grazia. Pregai fino alle quattro e allora dissi: Caro D. Serafino, ho già pregato molto, se ancora sei in purgatorio... io devo dormire un poco. Però verso le tre mi ero sentita una gran pace, quasi che la mia preghiera fosse stata esaudita.
La mattina del sabato, non volli venire a confessarmi, perché volendo domandarle se potevo applicare la Comunione per D. Serafino, lei mi avrebbe fatte delle domande.
Ma lo stesso giorno, in mattinata, andai dalle Bianchi al Monastero del Bambin Gesù e chiamai M. A. non quella che conosce lei. Invece di quella chiamata da me, venne la sorella M. T. e le dissi: Com’è che vieni tu, avendo io chiamata M.A? Mi rispose che M. A. non poteva scendere che stava colle ragazze. Io dissi: Va bene, starò con te.
Cominciò a parlarmi delle cose sue, delle distrazioni che le cagionava il trattare con le ragazze, ecc. Poi ad un tratto mi disse: “ Hai pregato per Lui?” Le risposi: Per chi? Lei aggiunse: “ Che non lo sai? Sì che lo saprai!” Io soggiunsi: Se non me lo dici, non so di chi parli. Disse lei; “E’ morto il mio confessore, Don Serafino Marcucci (Quando udii, Don Serafino pensai: Sarà lui, e cominciai ad ascoltare per convincermi: io non lo conoscevo, soltanto lei me ne aveva parlato, quando le permise dirmi le cose sue. Credo mi avesse detto che si chiamava Marcucci, ma non il nome) poi continuò: “Io ho ricevuta la semplice notizia: E’ morto alle 11 ½ è morto come un santo; ma poi ho avuto più particolare da mia madre, mi ha detto che si è trovato lì il suo confessore, e il fratello: e in questi casi si desidera un tale personaggio, si trovò anche lui alla morte. Ebbe qualche apparizione, perché guardava in fondo nel vuoto. Il fratello dice che dev’essere stato S. Giuseppe, il confessore dice che forse era Gesù per il quale aveva tanto lavorato. Il Cardinale dice che non possono determinare quale sia stato”. (Io pensavo: Sì, altro che santo...)
Veramente, Padre, questo D. Serafino si occupava alle Cappellette ove si preparano alla prima Comunione i ragazzi di civil condizione e faceva molto bene, perché Gesù Sacramentato fosse conosciuto. Deo Gratias!
Per lo zelo di Giuseppina, un moribondo riconosce la Divina maternità di Maria SS.ma e si converte.
Lettera scritta al suo Direttore
Roma – Testaccio 12-2-1906
Mio Padre amatissimo nel Signore
Ho il cuore rigonfio di gratitudine e d’amore verso la madre mia immacolata: non solo per quello che di grande ha operato in favore mio, ma per quello ancora che in prodei miei fratelli, va spargendo di bene.
Come non credere che Ella sia l’arbitra e la dispensiera dei divini favori, se tutti da Lei e per Lei, ne vengono?
Lo so che Ella, Padre mio, non ha bisogno di stimolo per confidare nell’aiuto e nella protezione della SS. Vergine, Madre nostra tenerissima, ma al suo cuore di figlio, non può non tornare gradito l’encomio che altri possa fare di Colei a cui dopo Dio deve tutto. E in questa certezza di farle cosa accetta, voglio raccontarle uno dei tanti atti amorosi usati da Lei, in favore dell’infermo che sto assistendo e che ( per servirmi della frase da lui usata) non credeva alla Madonna.
Ma ditemi, gli chiesi dopo qualche dolorosa manifestazione della sua fede, che cosa non credete della Madonna?
“Che sia la madre di Dio”.
Ma credete però che Gesù sia vero uomo e vero Dio?
“Questo sì, lo credo, e anche la ragione me l’assicura, perché un semplice uomo non avrebbe potuto compiere quei prodigi che Egli ha compiti, specie quello della sua resurrezione”.
Orbene, Gesù vero Dio, come tale, certo non ha avuto bisogno di madre, ma essendo anche vero uomo, come tale ebbe madre e, vera madre, e questa fu Maria SS. Della discendenza di Davide, la quale prescelta da Dio stesso a madre sua, secondo il tempo, la preservò dalla macchia e dalle conseguenze del peccato originale, arricchendola poi di grazie e prerogative convenienti alla condizione a cui l’aveva innalzata, di Madre sua. Venuto il tempo da Lui stabilito per la redenzione del genere umano, rivestì la sua Divina persona dell’umana spoglia prendendola, o meglio, formandola, colla sua virtù onnipotente, del purissimo sangue di Maria SS. La quale perciò addivenne vera madre di Dio.
Gesù, come Dio, non ebbe madre e fu generato nella natura divina, dalla prima persona della SS. Trinità, ma nella natura umana, fu generato da Maria Vergine per opera dello Spirito Santo. Vi para contro ragione, tutto questo?
“No, lo trovo anzi molto chiaro. Dio per diventare vero uomo, doveva assumere anche la natura umana, e a Dio certo non conveniva unirsi alla corruzione che, pel primo peccato s’era infiltrata nella natura umana, perciò esentò dalla legge comune una creatura, facendo in modo che neppure per un istante, la colpisse, e questa privilegiata elesse per sua madre. E sta bene: non ho più difficoltà da contrapporre, anzi mi do del ridicolo per essere stato per tanti anni in questo errore... di riflessione più che altro”.
Allora la pace è fatta, nevvero? Posso andare a chiamarvi un bravo Sacerdote che vi dia la pace del Figlio giacché colla Madre è fatta?
“Sì, Signorina, voglio confessarmi e comunicarmi, in onore della Madonna benedetta”.
Feci chiamare il Parroco il quale venne e portò seco il S. Viatico e l’Olio Santo. L’uno e l’altro ricevette l’infermo con segni di devozione: prima che il Parroco si ritirasse in una stanza (non se ne andò, perché l’infermo era aggravatissimo) domandò di essere iscritto a qualche confraternita della Madonna; io suggerii quella del Carmine, mi tolsi l’abitino che il Sacerdote benedì e pose al collo dell’infermo.
Da quel punto trascorse più di un’ora e non fece che baciarlo e mormorare sommessamente: “Madre di Dio, prega per noi adesso e nell’ora della nostra morte”.
13-02-1906 ore 3 e ¼ ant. L’infermo è spirato mezz’ora fa, ripetendo la giaculatoria: Madre di Dio, prega per noi adesso e nell’ora della nostra morte.
Non ebbe un’agonia lunga, né penosa. Tre o quattro minuti prima di spirare, avendogli il Parroco presentato il Crocifisso perché lo baciasse, lo fece con trasporto e v’impresse due baci dicendo: “Uno per te Gesù Cristo mio, e l’altro per tua SS. Madre!”.
La Borzelli mi dette cinque lire dicendomi: “Questa poveretta è bagnata fradicia, (La moglie dell’estinto) forse non avrà denari pel tram e per la cena; senza farle sapere la provenienza, pensa tu a provvederla dell’uno e dell’altra, ma mi raccomando, prendi qualche cosa anche tu, prima di mezzanotte”.
Ho eseguito appuntino quanto mi prescrisse la buona Borzelli e questa mattina, quantunque nella notte scorsa non abbia chiuso l’occhio, mi sento abbastanza forte.
Fra poco andrò alla prima Messa della Parrocchia a ringraziare Gesù e la SS. Madre, e Madre nostra.
Alla vedova ho dato quanto m’è rimasto delle cinque lire che mi dette la Borzelli.
Mi benedica.
Sua aff.ma figlia
GIUSEPPINA
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