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Rimanete in me e io in voi, dice il Signore; chi rimane in me porta molto frutto.

mag 10

Inviato da:
10/05/2009  RssIcon

 

10 maggio 2009 – 5ª Domenica di Pasqua
Ciclo Liturgico: anno “B”

Rimanete in me e io in voi, dice il Signore;
chi rimane in me porta molto frutto.

Giovanni 15, 1-8 (At 9,26-31 – Salmo 21 – 1 Gv 3,18-24)

Rimanete in me e io in voi, dice il Signore; chi rimane in me porta molto frutto.

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore.
Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perchè porti più frutto.
Voi siete puri, a causa della parola che vi ho annunciato.
Rimanete in me e io in voi. come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me.
Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perchè senza di me non potete fare nulla.
Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano.
Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto.
In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli».

Riflessione:

Il tema della liturgia di oggi è il nostro rapporto con Cristo. Gesù, presentandosi come vera vite, si pone come centro significativo della nostra vita cristiana e come condizione essenziale per portare frutto. Ma occorre rimanere in lui (Vangelo: Gv 15, 1-8). Ciò avviene mediante l’osservanza dei suoi comandamenti, in particolare di quelli riguardanti la fede e l’amore fraterno (Seconda lettura: 1Gv 3,18-24). Un esempio di vitale rapporto con il Cristo ci è dato dall’entusiasmo con cui Paolo testimonia la sua fede (Prima lettura: At 9, 26-31). Egli annuncia con coraggio il nome del Signore nonostante l’incertezza della comunità cristiana nei suoi confronti e l’ostilità dei giudei che cercano subito di ucciderlo.

La preoccupazione del Signore per l’avvenire del suo corpo che è la Chiesa da lui fondata, è quella di resistere innestati in lui: condizione essenziale per portare frutto.

Il cristiano oggi più che mai è chiamato a «portare “molto frutto”: nella giustizia sociale, perchè essa non sia solo lotta per la conquista di un potere, ma potere di rispetto e di amore per ogni creatura, dal bimbo che fiorisce nel grembo della madre, al vecchio che avvizzisce nella carne, all’ombra di un cronicario e nella solitudine; nella promozione umana, dove l’uomo non è solo, il protagonista di una storia senza significato che si ripete all’infinito, ma il figlio e il fratello che nella storia trova la sua strada che conduce al cuore del Padre; nella comunione personale e comunitaria con la persona di Gesù che, se vive nella comunità dei credenti, tuttavia la trascende nella sua pienezza di amore personale. In questo vivere dinamicamente la fede, non solo è glorificato il Padre, ma quella gloria si riversa sul volto dell’uomo dove i tratti della fatica e del dolore non assumono più i segni di una condanna, ma diventano il preludio della vita»

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